Territorio

Il profumo della terra e la memoria nel bicchiere: la lezione della Festa dell’Uva a Campagnano

C’è un’Ischia che tace quando le luci della movida costiera sfumano, ed è un’isola che non ha bisogno di artifici per raccontarsi. È l’Ischia della terra scoscesa, dei bastioni di tufo e delle vigne arrampicate sui pendii collinari, dove il lavoro non è mai stato un esercizio di stile, ma una quotidiana forma di resistenza. A Campagnano, borgo sospeso tra il verde del Monte Vezzi e l’azzurro del Golfo, la Festa dell’Uva restituisce ogni settembre la risposta più autentica all’identità di questo territorio.

Quando il mosto riempie i palmenti e i piedi nudi tornano a pigiare i grappoli secondo i riti antichi della carcatura, la frazione si trasforma in un teatro della memoria viva. Non si tratta di una semplice rievocazione folcloristica a uso e consumo dei turisti di fine stagione, ma del riscatto di quella che è a tutti gli effetti una viticoltura "eroica". Coltivare la Biancolella o la Forastera su terrazzamenti impervi e vicoli dove i macchinari non arrivano significa rinnovare un patto di fedeltà tra l'uomo e la natura.

La festa di Villa Campagnano racchiude l'essenza stessa dell'anima ischitana: l'incontro generazionale. Nei calici che profumano di mineralità e zolfo, nelle tavolate dove il coniglio all'ischitana e l'insalata di vendemmia uniscono anziani vignaioli e giovani generazioni, si consuma un rito di appartenenza. La musica e l'allegria di piazza non fanno che incorniciare il vero protagonista della serata: il senso di comunità.

In un'epoca di omologazione e ritmi frenetici, la Festa dell’Uva di Campagnano ci ricorda da dove veniamo. Ci insegna che prima del turismo di massa c'era — e continua a esserci — una civiltà contadina forte, generosa e caparbia, capace di estrarre dalla pietra vulcanica un nettare unico. Alzare quel calice a Campagnano non è soltanto un brindisi alla nuova vendemmia, ma un atto di gratitudine verso la nostra storia.